“Mai più sotto il metro e mezzo!”.
Altro che minaccia: un ordine tassativo.
A. non avrebbe mai più varcato altra soglia archeologica se il livello dello scavo non avesse raggiunto (“in più di un punto”) la mia altezza.
Di coccetti rasoterra ne aveva piene le tasche.
Due anni fa: il Palazzo di Nestore, a Pilos, lo aveva definitivamente spezzato.
Hai voglia a commuovermi davanti alla vasca da bagno del re (l’unica cosa, peraltro, al di sopra dei tre centimetri quadri esistente sul sito).
Hai voglia a citare “La coppa di Nestore era piacevole a bersi…”, rifare la genealogia completa degli eroi, tentare la carta poetica in nome dell’Iliade.
Hai voglia a raccontare fasti e nefasti di Lineari A e Lineari B.
Lì, sotto il tendone del sito, a 50 gradi, con un gruppo di ciccioni appena scesi dalla corriera tutti intenti a gorgogliare dentro le lattine di coca-cola mentre la guida sparava a macchinetta dentro il megafono, A. aveva definitivamente deciso: non potevo chiedere troppo alla sua immaginazione. Pilos sarebbe stato l’ultimo scavo. A meno che non gli trovassi qualcosa sopra il metro e mezzo.
Volevo sentirmi solcare dalle lacrime di Schliemann? Bene. Me le sgorgassi da sola.
Ma poi.
Una notte.
Arriva il meltemi, ululando tra i vicoli.
L’isola si sveglia sotto nuvole che corrono veloci. Gli ulivi si piegano di lato, stringendosi addosso la loro parrucca. Il meltemi schiaffeggia i fianchi delle montagne. Solleva la sabbia davanti al mare. Metri di sabbia. Dune. Colline. Pareti intere.
Impossibile andare a prendere il sole.
Quindi.
(eh eh: Poseidone e Anfitrite ci chiamano. già mi frego le mani: davanti al sito ci siamo già passati quaranta volte. vuoi che non riesca ad andare a vederlo?)
“Ma dài, guarda che era un santuario importante!”
“…sono tutti importanti. secondo te…”
“è curato dalla scuola archeologica francese!”
“forse, ERA curato” (davanti ad A. due chilometri di marmi modello big-do minorelli. ci siamo solo noi. il tipo che ci ha fatti entrare non vedeva anima almeno dai tempi dei romani. forse, la casetta da custode gliel’hanno costruita attorno: quando scardina il vetro per darci due guide in fotocopia degli anni sessanta, occupa tutto lo spazio)
“va bene, è un po’ abbandonato, ma…”
“…ma?”
“devi immaginarti un poco…insomma, guarda che poesia: il tempio davanti al mare per due divinità del mare”
A. mi guarda.
E’ mezzogiorno. Appena il meltemi smette di soffiare per un secondo, sembra di cucinare a fuoco lento tra i marmi. Se mai la scuola archeologica francese è stata qui, se n’è andata da un bel pezzo. Gli unici abitanti – oltre al custode imbalsamato nel suo stabbiolo, che continua a guardarci incredulo, da dietro il vetro, come se fossimo due fantasmi - sono: lumache, lucertole e colombe bianche. Oltre a una nutrita serie di sterpaglie.
Io ormai sono già tuffata dentro la guida, in estasi mistica saltello come un capretto sopra i gradoni del tempio (che, mi rendo conto, è abbastanza malconcio). Mi entusiasmo per ogni pietra sbrecciata (mi entusiasmo anche oltre quello che vedo, nella speranza di suscitare un po’ reattività in A. che nel frattempo si aggira sempre più perplesso).
“senti, non avevamo detto sotto il metro e mezzo basta pietre?”
“non hai visto le colonne? sono le colonne del tempio. si vede, no, che sono colonne? e non ti basta? guarda che hanno resistito 2.500 anni solo per farsi capire come colonne, perchè sapevano che un giorno saresti arrivato tu, qui, a fare il difficile”
A. si avvicina alla colonna. si toglie il cappello. la rassegnazione comincia a farsi strada sulla sua faccia. diventa anche più gobbo della colonna di Anfitrite.
“ma guarda, ma guarda! la stanza più interna: lì, dove gli dei andavano quando erano stanchi di percorrere la terra!” si vedono quattro pietre in verticale e due in orizzontale.
“sì: ci sono pure gli attacchi per la cucina e per il bagno…”
“ma dài! ascolta il passato, la magia, il luogo sacro, pensa ai sacerdoti…” (si sentono: i clacson delle macchine in coda che si sono imbottigliate davanti ai locali trendy che stanno un metro più in là del sito)
“ecco: in questa iscrizione la dedica POSEIDONI KAI ANPHITRITI”
“(in dialetto bellunese) mì me par solo piere (traduzione=a me sembrano solo pietre)”
“e l’altare, eh? l’altare monumentale per i sacrifici! i canti, i pellegrini con i doni, il suono dei flauti, le conchiglie, i tripodi accesi…”
Beh, a ben guardare….a ben guardare….: un campo verde bruciato. qualche marmo affiorante. la scritta: altare. e poseidone? e anfitrite? dove sono scappati?
mah.
ma… mi piacerebbe tanto sapere cosa contengono i sacchettini in mano del turista….
Ragazzi siete uno spasso!
Mi diverte troppo leggere le vostre dis-avventure!
Ormai sono una droga…scrivete..scrivete…scrivete!
Bacioni
Madda
Cosa non si fa per amore!
Pensa se ti portasse a fare shopping…….