Cortesie per gli ospiti.

Alle quattro del pomeriggio, il paesino di Bolax (leggi: Volacs) è completamente muto.

vie bianche, finestre azzurre, profumo di: ontani pioppi e cipressi odorosi, per dirla omerica. insomma, il solito paradiso perso in mezzo a una pietraia corrosa dal sole e dal vento.

che qualche gigante si sia divertito a giocare a bocce e poi abbia piantato lì la partita a metà? intorno solo sassi enormi, alla rinfusa, per chilometri.

alla quattordicesima curva troviamo l’unica porta aperta. tentenniamo un secondo di più davanti alla musica che esce sulla stradina: il tempo di venire istantaneamente risucchiati dalla proverbiale gentilezza greca. Alechos, un nonno con i capelli candidi e due mani così, si tira su scricchiolando dal suo divano.

neanche ci accorgiamo e siamo già dentro il suo antro, seduti su due trespoli di legno, con in mano ciascuno tre miniprugne, che lui tira fuori ravanando con le dita giganti in una ciotolina.

dopo le prugne è la volta del rakì, l’acquavite locale.

Alechos tira giù dal muro una zucchetta del pleistocene, scavata al centro, che serve da bicchiere di cortesia.

A. non profferisce parola. immagino stia mentalmente valutando tutti i rischi sanitari del brindisi, e invece butta giù la grappetta in scioltezza.

l’antro è completamente buio, ad eccezione di una lampadina da cinque watt (più coreografia che altro) e della luce che viene dalla strada. non c’è intonaco alle pareti. fascine di rametti, vimini, paglia di varia lunghezza occupano ogni centimetro della stanza.

in tre sorrisi, due prugne e brindisi al rakì (che sono già diventati tre: A. ingurgita con una strana indolenza di movimenti) Alechos ci ha già incastrati. la sua professione è la specialità del paese: costruzione artigianale di cestini. il soffitto è tapezzato delle foto di tutte le generazioni precedenti a noi, che come noi si sono trovate sugli stessi trespoli a guardare le mani di Alechos che comincia dal ragno: l’intreccio iniziale, la base del lavoro. quello che poi sarà il fondo del cestino.

l’umidità, nell’antro, è spaventosa. ma le mani di Alechos si muovono con movimenti rapidi. siamo ipnotizzati dai tre fili di paglia che appaiono e spariscono a turno.

l’effetto del rakì si produce in una sudata epocale, potenziata dalla mancanza di aria.

“ci vogliono cinquanta minuti” mi dice, in greco, Alechos.

e solo in quel momento A. inizia a dare segni di vita, e di inquietudine.

c’è odore di polvere, buio, rami verdi, acqua ferma. siamo bloccati in fondo alla stanza sui treppiedi: davanti all’ingresso sta il nonnino, che occupa tutto lo spazio con le sue mani da badile. enormi. insomma: andarsene sembrerebbe da villani. o no?

A. cerca di ingannare il tempo scattando una serie di foto. ogni volta che si muove, prende dentro sul soffitto. o sui cesti attaccati ai muri. o sulla stratigrafia di suppellettili: una madonna sbiadita, due roncole, varie taniche svuotate, foto…l’aria vera sta a soli due metri da noi, ma noi siamo inchiodati qui. e intanto le mani di Alechos girano, girano, girano. (mi ricordo dei vecchi marangoni, del mio bisnonno, dell’acqua che si butta sui rami giovani per renderli flessibili). il cestino diventa il centro della stanza. non si può non guardarlo.

odore di: umidità. acqua ferma. verde. sudore. polvere.

Alechos ci offre due fichi: mi dice di tagliarli a metà per vedere se sono buoni. poi, con lo stesso coltello, torna sul vimini.

dopo un tempo infinito di paglia e di giro e di umido e di canzoni del cavolo che la radio ci regala senza dare segno di fermarsi (una, che dura un’ora, ha un testo fenomenale: yassas marìa. ovvero: ciao, maria. cantato e modulato fino alla nausea) entra in scena la signora Alechos. con un piattino: pera sbucciata e tagliata, con forchettina. mangiamo anche la pera.

di andarsene, ormai, non se ne parla.

se prima era vagamente scortese, adesso sarebbe offensivo.

e quindi ancora giro e umido e paglia e polvere e buio, e occhi ipnotizzati dal benedetto vimini.

A. mi dice: beh, ci metteremo il pane.

rispondo che non credo: meglio le cipolle.

Alechos dà il colpo di grazia: la corona finale, intrecciata con un ingrediente segreto. forza fisica. vimini. sputo.

torniamo sulla via di Bolax.

no: il pane no…

Pubblicato in: on Agosto 3, 2008 at 9:04 am Lascia un Commento
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